Pieralberto Valli

PIERALBERTO VALLI

Emiliano di nascita ma con l’Abruzzo nel sangue, Pieralberto Valli è senza ombra di dubbio uno dei migliori performer ed esploratori sonori del panorama italiano contemporaneo. La sua delicata poesia e la ricerca musicale si combinano in chiave pop senza mai rinunciare alla profondità di sguardo e all’originalità del contenuto. PAV è stato il primo docente e ospite della serie di residenze artistiche musicali “Suoni Residenti” che abbiamo inaugurato nel dicembre del 2018 con un percorso di sperimentazione davvero particolare. Gli allievi, guidati da PAV, con la collaborazione di Davide Fabbri, hanno dato letteralmente la caccia ai suoni del Convento: è così che i corridoi, le scale, l’anfiteatro, il chiostro si sono trasformati in spazi di inattesa ispirazione creativa. Abbiamo ripercorso con PAV quei due giorni toccando i significati più profondi dell’esperienza di residenza artistica.

  • Avevi mai vissuto un’esperienza di insegnamento come quella che hai affrontato con ControConvento?

 

 

No, era la prima volta e, ti confesso, non sapevo cosa aspettarmi. L’idea di base è che siano le persone a raccogliere il materiale e a scrivere musica. Questo implica che non puoi avere nessun tipo di aspettativa sulla direzione che prenderà il tutto; qualsiasi cosa tu abbia in mente non sarà la realtà dei fatti ed è proprio questa la ragione per cui lo si fa: per aggirare il controllo, per cercare un sabotaggio. 

 

 

  • Come si è sviluppata la didattica e il lavoro di gruppo?

 

 

La prima tappa è stata mangiare delle fantastiche pallotte abruzzesi. La mia famiglia è per metà abruzzese per cui conosco il potere del fritto. Una volta superata questa prova abbiamo conosciuto i partecipanti e abbiamo spiegato la nostra idea. Ciascuno di loro poteva girare liberamente per il convento e ricercare suoni da registrare con un qualsiasi supporto (microfoni, telefoni, qualsiasi cosa). A quel punto abbiamo riascoltato il materiale insieme e abbiamo importato tutto sul computer, decidendo insieme quali fossero i suoni più interessanti. Poi abbiamo cominciato a manipolare i singoli suoni e ad assemblarli. Chiaramente si può andare ovunque, dall’ambient alla techno, dalla musica astratta al metal. Abbiamo cercato qualcosa che fosse in linea con lo spirito del luogo.

 

 

  • In questa particolare esperienza hai usato l’ambiente del convento per catturare i suoni che hanno dato vita alla traccia finale. Secondo te questa forma di artigianato elettronico, per quanto processato digitalmente, può essere considerata a tutti gli effetti una memoria simbolica del luogo nel quale è nata?

 

 

Assolutamente sì. È per questo che, a mio avviso, è interessante. Non serve decidere un’estetica a monte, non è necessario ricercare un linguaggio prima di iniziare. Si lasciano parlare i luoghi e quello che hanno da dire, e non serve nemmeno essere musicisti in senso stretto. La musica elettronica ha dei grandi vantaggi tecnici, ma quegli stessi vantaggi diventano un’enorme zavorra che fa sì che tutto suoni più o meno uguale e, così facendo, diventa un linguaggio morto. Quello che volevamo fare era spingere ogni partecipante a ricercare un suono che riteneva espressione di quel posto, della sua storia: una traccia mnestica. Non è casuale che uno dei partecipanti abbia chiamato il frammento che aveva registrato “lo spirito delle suore”. Il suono va al di là del materiale e del visibile; è un’impressione che rimane sulle cose, è materia organica che si imprime sui muri.

 

 

  • Come hai vissuto la possibilità di convivere insieme ai corsisti, condividendo con loro lo spazio vitale del convento oltre al momento d’insegnamento?

 

 

È sempre bello abbattere la parete illusoria tra musicisti e pubblico. Il palco è spesso un nascondiglio per sentirsi importanti. Avere passato due giorni insieme e aver ritrovato le stesse persone ad ascoltare il concerto riporta le cose nel loro ordine naturale. Gli artisti non sono extraterrestri; sono umani che scelgono di avere una funzione, quella di aprire porte verso altri mondi e, nel farlo, creano un contatto con altre entità e collegano le persone tra loro. Esattamente quello che il tempo presente non ci permette di fare.

 

 

  • Hai chiuso la residenza regalandoci uno splendido live all’interno dell’auditorium del convento. Suonare in luoghi storici o di pregio artistico come questo influenza la tua performance rispetto ad un concerto in un locale?

 

 

Tra l’altro era il primo concerto in cui suonavo quei pezzi. Sì, presto sempre molta attenzione al luogo in cui devo suonare e cambio i suoni, gli strumenti e la scaletta di conseguenza. Non mi interessa presentare sempre lo stesso spettacolo; lo trovo estremamente noioso. Casualmente tre dei primi quattro concerti di quel tour si sono svolti in luoghi sacri. Sono i luoghi che preferisco, in cui sento di avere una funzione vitale, non come singolo individuo, ma come umano che, attraverso la musica, crea un collegamento tra i mondi.

 

 

  • Invece un tipo di esperienza artistica come questa, svolta in luoghi solo apparentemente marginali come un borgo di periferia, ritieni possa essere un valore aggiunto per il territorio che la ospita e, di riflesso, per l’artista stesso che la conduce? 

 

 

C’è un enorme cambiamento in atto, qualcosa di epocale. Questo metro di distanza che ora ci è imposto rischia di diventare un metro di distanza emotivo tra le persone. Questo, ovviamente, influenzerà il modo di vivere e quindi anche i punti di aggregazione e la musica. Occorre resistere e dare il proprio contributo, e questo lo si fa in ogni singolo angolo del pianeta, secondo dopo secondo. Il pianeta è più o meno tutto rotondo e non ci sono luoghi marginali perché le persone non sono marginali da nessuna parte. La periferia è il centro e il centro è periferia. Il centro siamo noi, o dovremmo esserlo in quello che facciamo, ovunque sia il nostro territorio. Al centro io metto l’umanità e quindi voi siete una capitale. In bocca al lupo per tutto.